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Cosa può dire Mario Draghi per evitare di turbare i mercati?

Il Presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi è consapevole del potere che possono avere le sue parole. Gli investitori passano al vaglio ogni sua dichiarazione pubblica, alla ricerca di indicazioni sulla futura direzione della politica monetaria dell’Eurozona. In previsione della riunione del Consiglio direttivo della BCE di settembre, Matthias Hoppe, Senior Vice President & Portfolio Manager, Franklin Templeton Multi-Asset Solutions, analizza come Draghi potrebbe affrontare alcune delle questioni più urgenti nella regione, non ultima la forza dell’euro.

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Dopo aver visto i mercati attendere ed esaminare ogni parola pronunciata dal Presidente della Banca Centrale Europea (BCE) negli ultimi mesi (non ultimo il suo pacato discorso all’annuale simposio di politica economica della Federal Reserve Bank di Kansas City a Jackson Hole, Wyoming), attendiamo con una certa trepidazione la sua conferenza stampa di settembre.

Cosa potrebbe dire per evitare di turbare i mercati?

In effetti, gestire portafogli diversificati in un quadro di valutazioni azionarie elevate e nessuna carenza di potenziali catalizzatori di un incremento della volatilità, ci sembra più agevole delle difficoltà cui il Presidente della BCE deve far fronte.

La BCE sta entrando in una fase cruciale della sua battaglia volta a garantire stabilità dei prezzi nell’Eurozona, in cui l’economia migliora, ma l’inflazione rimane ostinatamente al di sotto dell’obiettivo del 2%.

Ad agosto l’inflazione dell’indice dei prezzi al consumo headline nell’Eurozona si è assestata sull’1,5% su base annua e la BCE ha ritenuto di poter cantare vittoria contro la deflazione. L’inflazione core rimane tuttavia debole e la BCE è ancora ben lungi dal conseguire i suoi obiettivi.

Di conseguenza, il Consiglio direttivo della BCE ha finora confermato la guidance, ossia che i tassi d’interesse sono destinati a rimanere agli attuali livelli per un lungo periodo di tempo ed ampiamente oltre l’end point del programma di allentamento quantitativo (QE). Sebbene il consiglio sembri ora rivedere l’approccio alla riduzione del QE, la sua fine a nostro avviso non è né imminente né certa.

La forza dell’euro è stata chiamata in gioco dagli analisti di mercato intenti a spiegare l’andamento valutario in relazione ai commenti della banca centrale, a fronte di un contesto economico che ha assunto una direzione molto più favorevole all’euro.

Il mutamento del sentiment economico può comunque essere in buona parte associato agli sviluppi sull’altra sponda dell’Atlantico, che esulano dal controllo della BCE. Ciò nonostante, l’attenzione del mercato potrebbe concentrarsi nuovamente sui tentativi della BCE di “correggere” un’interpretazione errata dei propri commenti da parte del mercato.

A nostro giudizio, la BCE preferirebbe evitare un ulteriore apprezzamento dell’euro, soprattutto in un quadro in cui l’inflazione rimane ancora ampiamente al di sotto dell’obiettivo.

In effetti, abbiamo probabilmente già raggiunto il punto in cui la forza dell’euro ha inasprito le condizioni monetarie in misura sufficiente per cambiare le prospettive di crescita degli utili societari ed il percorso appropriato della politica monetaria.

L’interrogativo è pertanto se la BCE possa fare qualcosa per controllare il rialzo dell’euro.

L’euro potrebbe apprezzarsi ulteriormente, dopo essere salito ai massimi dall’inizio del 2015. A seguito di questo apprezzamento, il valore dell’euro rispetto al dollaro statunitense ha in pratica raggiunto livelli non osservati dall’inizio del programma di acquisti di asset da parte della BCE, scatenando ulteriori investimenti speculativi nella moneta unica, che ha toccato massimi pluriennali.

È interessante chiedersi se tale andamento, originariamente alimentato dalle attese di un tapering degli acquisti obbligazionari, possa ironicamente tradursi in un’espansione del QE.

Mario Draghi potrebbe essere tentato, dopo l’approccio evidenziato a Jackson Hole, di non dire nulla sull’euro. La futilità delle spiegazioni di una moneta forte è ben documentata quasi quanto il fallimento dei tentativi di intervento a supporto di un indebolimento del tasso di cambio.

La Banca Nazionale Svizzera (BNS) ha di recente ricominciato a trarre qualche beneficio da un franco notevolmente apprezzato, in parte a causa dell’apprezzamento dell’euro. La volatilità scatenata dal precedente fallito tentativo della BNS di arrestare l’apprezzamento dell’euro, è tuttavia ancora fresca nella memoria dei responsabili della banca centrale europea. Gli interventi verbali per bloccare l’apprezzamento di una valuta sono ardui e spesso il massimo che si possa sperare di ottenere è un rallentamento del processo.

Mario Draghi è tuttavia il presidente di una banca centrale che ha un mandato limitato all’inflazione e non intende dichiarare la cosa sbagliata ed “evitare di inviare segnali suscettibili di troppe interpretazioni” (come evidenziato nei verbali della precedente riunione di luglio del Consiglio direttivo). Sebbene non parlare dell’euro possa costituire un’opzione, non è certo possibile ignorare la questione.

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