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Obbligazionari

Rallentamento non significa arresto. Le nostre prospettive per tassi d’interesse, inflazione e Cina

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Dato che nel corso della sua riunione in gennaio sulla politica monetaria la Federal Reserve (Fed) ha deciso di lasciare i tassi d’interesse invariati, il mercato sembra pensare che la banca centrale statunitense potrebbe fare una pausa per un lungo periodo. Il prolungato shutdown del governo statunitense ha accentuato le preoccupazioni che l’economia possa essere a un punto di svolta, ma Sonal Desai, Chief Investment Officer, Franklin Templeton Fixed Income Group, riflette sui motivi per cui “è errato” pensare che quest’anno la Fed non voglia aumentare affatto i tassi.


A mio giudizio, le previsioni che il ciclo economico statunitense sia prossimo alla conclusione sono al momento decisamente esagerate. I fondamentali sottostanti dell’economia statunitense sono ancora molto robusti. Lo shutdown del governo determinerà una crescita leggermente più debole del prodotto interno lordo (PIL) per il primo trimestre, che però si tradurrà in gran parte, se non interamente, in una crescita più forte per il secondo trimestre. Sono del parere che quest’anno assisteremo a una certa attenuazione della crescita del 3% che abbiamo osservato nel 2018, che si manterrà tuttavia a un livello ancora superiore al potenziale. Si tratta di un aspetto veramente importante da sottolineare.

Parecchi mesi fa, pensavamo che quest’anno la Federal Reserve avrebbe aumentato i tassi d’interesse quattro volte. Alla luce dei recenti sviluppi, la Fed ha indicato che intende adottare un atteggiamento più prudente e paziente, prendendo tempo per valutare segnali di potenziale indebolimento della crescita globale, nonché l’entità e l’impatto della volatilità sui mercati finanziari, in particolare sulle azioni.

In effetti, la riunione di gennaio del Federal Open Market Committee (FOMC) è stata contrassegnata da una netta virata verso la prudenza del tono della Fed; ciò nonostante, sarei propensa a prevedere almeno altri due rialzi dei tassi per quest’anno. Ritengo che l’ipotesi del mercato secondo cui la Fed quest’anno non effettuerà alcun aumento dei tassi d’interesse, sia molto errata, alla luce del contesto di persistente forza economica.

Rischio d’inflazione

Penso che i rischi per l’inflazione siano sicuramente al rialzo. Ciò potrebbe sembrare strano dato che tutto il mondo sembra pensare a una recessione statunitense, non all’inflazione. Ma, se si esclude uno shock esogeno, non credo proprio che la minaccia di recessione sia imminente. Gli Stati Uniti hanno un mercato del lavoro molto forte, che comincia a spingere al rialzo i salari, mentre i consumi robusti sostengono il potere di determinazione dei prezzi da parte delle imprese.

Ciò prospetta un aumento dell’inflazione, verosimilmente non di molto, ma comunque destinata a salire.

Vorrei inoltre sottolineare che in pratica non serve un aumento dell’inflazione per avere rendimenti dei Treasury a lungo termine più elevati. A mio avviso, i tassi di lungo termine più elevati scaturiranno in modo quasi indipendente dalla fortissima economia sottostante, che supporta la normalizzazione in atto della politica monetaria, con un tasso dei Fed Fund più alto e una persistente stretta quantitativa.

Penso che la Fed continuerà a normalizzare la politica monetaria perché l’economia statunitense ha già dimostrato di poter far fronte a tassi d’interesse più elevati rispetto ai livelli attuali. Quando lo scorso anno abbiamo visto i Treasury statunitensi decennali salire oltre il 3%, si è scatenato un certo panico, in combinazione con alcune turbative di breve termine. Ma i mercati finanziari si sono poi stabilizzati e l’economia ha continuato a crescere a un ritmo robusto. Di conseguenza, a nostro giudizio gli aumenti dei tassi non dovrebbero rappresentare motivo di panico per gli investitori.

Nel corso dell’anno avremo periodi di volatilità, che i gestori attivi possono però sfruttare per individuare potenziali opportunità.

Rallentamento della Cina

Su un piano più globale, l’economia statunitense non è l’unica a dover far fronte a un’attenuazione della crescita. Nel 2018, il prodotto interno lordo cinese è aumentato del 6,6%, con il ritmo di crescita più lento da oltre due decenni. Le nostre prospettive per la Cina sono diventate alquanto più pessimistiche rispetto al nostro atteggiamento storico.

Pur non attendendoci una rapida recessione (né un cosiddetto atterraggio duro), a nostro giudizio le stime di crescita per quest’anno saranno verosimilmente prossime a valori intorno al 6%. Si tratta di un livello probabilmente salutare per un’economia del calibro di quella cinese, soprattutto se continua a ridurre l’eccessiva dipendenza dagli investimenti e cerca di tenere sotto controllo i coefficienti di indebitamento.

Tuttavia, penso che i rischi di ribasso della crescita cinese siano aumentati: il numero di ricette magiche che la Cina può ancora formulare è notevolmente inferiore rispetto a qualunque altra fase dell’ultimo decennio, in quanto ha spazi decisamente minori per un aumento del credito e deve far fronte a un contesto commerciale internazionale più competitivo. È qualcosa di cui dovremmo tutti preoccuparci.

A mio avviso, le prospettive globali sono oggi leggermente più rischiose a causa della Cina rispetto a due o tre anni fa. Si tratta di un elemento che continueremo a seguire molto attentamente.

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