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Reddito fisso e posizione della Fed: è una questione di occupazione

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Il motto “mai contro la Fed” attesta il potere della banca centrale statunitense di influire sui mercati finanziari. Ne abbiamo avuto una prova incontestabile a metà maggio, quando il primo accenno da parte del Chairman della Federal Reserve, Ben Bernanke, a una progressiva riduzione del programma di acquisto di attività su larga scala in atto da lungo tempo ha scatenato il caos in numerosi mercati finanziari di tutto il mondo. Successivamente, anche in occasione dell’ultima audizione di Bernanke al Congresso il 17 luglio 2013,  i responsabili della politica della banca centrale statunitense hanno cercato di mitigare i timori relativi a un ritiro troppo rapido e precoce del supporto di liquidità dai mercati. Christopher Molumphy, CFA  e Chief Investment Officer di Franklin Templeton Fixed Income Group©, ci rende partecipi del suo punto di vista sull’andamento altalenante dei mercati obbligazionari.

Secondo Molumphy l’aumento di volatilità dei mercati obbligazionari nell’ultimo paio di mesi non dovrebbe essere imputabile a un sostanziale mutamento dei fondamentali economici complessivi degli Stati Uniti, ma più verosimilmente a fattori di natura più tecnica e di breve periodo.

“Se esaminiamo crescita economica, inflazione e mercati del lavoro, notiamo che gli andamenti prevalenti nel corso dell’ultimo anno, se non anche da prima, generalmente sono ancora in atto. Riteniamo che complessivamente i fondamentali rimangano più o meno immutati, il che equivale a una crescita modesta inferiore all’andamento tendenziale intorno al 2%, mentre l’inflazione è ancora favorevole e i mercati del lavoro stanno migliorando molto gradualmente.

“Dedichiamo molto tempo all’esame del mercato del lavoro e dell’andamento dell’occupazione, ritenendo che quest’ultima sia un propulsore fondamentale sia dell’economia che della politica della Fed. Da quasi un anno negli Stati Uniti sono stati creati circa 200.000 di posti di lavoro al mese. Ciò detto, se da un lato il tasso di disoccupazione è gradualmente sceso, dall’8,2% a luglio 2012 al 7,6% a giugno 2013, dall’altro è interessante notare il rientro nella forza lavoro di un numero crescente di disoccupati. La percentuale di occupati sta finalmente cominciando a risalire. Sebbene l’incremento del numero di persone che rientrano nella forza lavoro rappresenti una dinamica positiva, è probabile che il calo del tasso di disoccupazione richieda ancora un po’ di tempo.”

Qual è il fattore chiave? Nel suo discorso al Congresso del 17 luglio, Bernanke ha ribadito l’importanza della solidità del mercato del lavoro nel quadro del suo processo decisionale, affermando che attualmente “la situazione occupazionale è tutt’altro che soddisfacente, in quanto il tasso di disoccupazione resta ampiamente al di sopra del livello normale di lungo termine e i tassi di sottooccupazione e disoccupazione di lungo periodo sono ancora troppo elevati”.

Bernanke ha inoltre dichiarato che “qualora le prospettive per l’occupazione diventassero relativamente meno favorevoli, l’inflazione non sembrasse ridiscendere verso il 2%, o le condizioni finanziarie – recentemente diventate restrittive – fossero giudicate non sufficientemente accomodanti per consentirci di conseguire gli obiettivi del nostro mandato, l’attuale ritmo di acquisti di asset potrebbe essere mantenuto più a lungo”.

In sostanza, non è affatto certa una politica più restrittiva, e forse neanche nel più lungo termine. Molumphy spiega perché non ritenga che la Fed procederà a manovre improvvise.

“La Fed ha specificato che il livello del tasso di disoccupazione è tenuto sotto controllo in vista di future azioni, in particolare l’innalzamento a una data precisa del tasso dei Fed Funds dal minimo dello zero per cento. In passato Bernanke ha ricordato che la disoccupazione deve scendere al 6,5% prima che la Fed possa anche solo pensare di innalzare il tasso dei Fed Funds. Questo è un elemento da monitorare. È possibile che debba passare molto tempo prima che la disoccupazione torni al 6,5% e a nostro giudizio questo fattore è stato alquanto trascurato dal mercato.” 

Esaminando precedenti programmi di allentamento quantitativo (Quantitative Easing, QE), Molumphy sottolinea che solitamente sono durati circa un anno e che non erano destinati a durare per sempre. Di conseguenza, la conclusione dell’ultimo (terzo) ciclo di allentamento quantitativo della Fed – conosciuto come “QE3” – non avrebbe dovuto costituire uno shock di tale portata per i mercati finanziari. Spiega poi quando, a suo giudizio, potrebbe iniziare la riduzione.

“Riteniamo che la Fed, il cui primo annuncio del programma risale allo scorso settembre, potrebbe ridurre il ritmo degli acquisti di asset entro fine anno. Se tutto va per il meglio, prevediamo una cessazione definitiva intorno alla metà del prossimo anno. In tal caso, si tratterebbe di un normale programma QE, anche se un po’ più lungo del solito. Di conseguenza, non rileviamo incongruenze rispetto alle previsioni formulate in riferimento a quest’ultimo ciclo di QE.”

In prospettiva, Molumphy ritiene che le azioni della Fed continueranno a dipendere dai dati.

“Possiamo cercare di prevedere cosa pensa la Fed, ma in ultima analisi i fattori sui quali essa si basa sono l’inflazione e i mercati del lavoro. E con l’inflazione apparentemente sotto controllo, di fatto sono i mercati del lavoro a costituire il fattore dominante. Se vogliamo sapere cosa farà la Fed, dobbiamo quindi esaminare l’andamento dei mercati del lavoro: quanti nuovi posti di lavoro vengono creati ogni mese e, soprattutto, il tasso di disoccupazione.

“Nel corso dell’ultima riunione (a giugno), 15 governatori della Fed su 19 hanno ritenuto che un inizio di innalzamento dei tassi non sia prevedibile prima del 2015, o eventualmente ancora più tardi. Finché il tasso dei Fed Funds resta a zero, è difficile prospettare un rialzo significativo dei titoli del Tesoro a più lungo termine. Riteniamo estremamente improbabile che nei prossimi due trimestri si possa assistere a un nuovo aumento rilevante dei titoli del Tesoro decennali.”

In altre parole, forse gli investitori non dovrebbero lasciarsi prendere così rapidamente dal panico.

 

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