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Hasenstab: il tapering della Fed era inevitabile

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Negli Stati Uniti, la Federal Reserve (Fed) ha annunciato la decisione di ridurre di 10 miliardi il programma di acquisti mensili di asset per 85 miliardi di dollari statunitensi a partire da gennaio 2014. Cosa potrebbe significare per gli investitori nel reddito fisso la conclusione di questa politica monetaria aggressiva? Michael Hasenstab, Ph.D, Executive Vice President, Chief Investment Officer, Global Bonds, Franklin Templeton Fixed Income Group® ritiene che non abbiano motivi per farsi prendere dal panico, spiegando il perché della sua convinzione e in quali aree individua opportunità nel reddito fisso. 

Michael Hasenstab, Ph.D, Executive Vice President, Chief Investment Officer, Global Bonds

Franklin Templeton Fixed Income Group®

La liquidità globale dovrebbe a nostro avviso aumentare, in quanto varie banche centrali dei mercati sviluppati hanno mantenuto politiche monetarie estremamente accomodanti. La Bank of Japan (BOJ) sembra avviata ad accelerare il ritmo dell’allentamento monetario con l’introduzione nei prossimi mesi di ulteriori misure intese a rafforzare la politica monetaria accomodante. La Banca Centrale Europea (BCE) ha recentemente tagliato i tassi di altri 25 punti base, portandoli allo 0,25%, mentre l’eurozona sta lentamente riducendo l’indebitamento e parecchi paesi che ne fanno parte devono far fronte a continue pressioni disinflazionistiche. La BCE ha indicato che potrebbe adottare ulteriori misure.

Negli Stati Uniti, la decisione della Fed di cominciare a ridurre il programma di acquisto di obbligazioni a gennaio 2014 era a nostro giudizio inevitabile, non essendo realistico pensare che potesse stampare moneta all’infinito. Riteniamo che quanto più a lungo continua il programma, tanto più a lungo potrebbero durare le distorsioni del mercato. Crediamo inoltre che sia importante ricordare che la fine della stampa di moneta non comporta necessariamente la conclusione della politica monetaria accomodante negli Stati Uniti. Mentre la Fed è in ultima analisi destinata a cessare nuovi acquisti ed eventualmente anche a innalzare gradualmente i tassi d’interesse, siamo convinti che a livello globale ciò non coinciderà con la sparizione di una politica monetaria piuttosto accomodante, date le dimensioni del bilancio attuale della banca nonché le azioni avviate dalla BOJ e dalla BCE. La liquidità globale rimane complessivamente abbondante e a nostro avviso dovrebbe continuare ad aumentare.

Riteniamo che il timore di un calo della liquidità nei mercati emergenti a seguito dell’eventuale conclusione del programma di acquisto di obbligazioni da parte della Fed sia ampiamente sovrastimato, in quanto non dovrebbe comportare una conseguente pesante contrazione della massa monetaria disponibile. Dovrebbe invece essere più probabile una diminuzione dell’afflusso di nuovi investimenti in questi paesi. Molti mercati emergenti sono in surplus e hanno un basso indebitamento. Inoltre, molti di questi paesi non dipendono più dagli afflussi di capitali esteri come nei precedenti decenni, grazie al miglioramento delle partite correnti ed al livello elevato di riserve valutarie, che possono contribuire a creare una protezione contro i deflussi di capitali. Nel momento in cui la Fed cesserà completamente gli acquisti di asset, crediamo che il differenziale dei tassi d’interesse sarà probabilmente favorevole per i mercati emergenti che presentano una dinamica di crescita e inflazione elevate, traducendosi in tassi d’interesse più alti rispetto a quelli degli Stati Uniti. Siamo convinti che il potenziale del valore relativo degli asset di questi paesi sia ancora intatto, in quanto non hanno stampato moneta; il ritmo del tapering della Fed non è pertanto destinato ad avere un impatto sostanziale sui paesi che continuano ad evidenziare forti fondamentali.

Gli attuali bassi livelli dei tassi d’interesse e la probabilità di entrare in un contesto di incremento dei tassi sono il fulcro delle nostre prospettive di breve termine. Ci aspettiamo che molti mercati emergenti continueranno a beneficiare dei solidi fondamentali e dei continui afflussi di capitali generati dall’allentamento quantitativo in tutto il mondo e riteniamo incoraggianti le loro prospettive di crescita ed il loro basso indebitamento. L’Asia, Giappone escluso, ci sembra ragionevolmente forte così come certe economie latinoamericane e l’Europa. Siamo convinti che le condizioni del credito siano rimaste favorevoli in queste ragioni grazie ai loro bassi livelli di debito e tassi di crescita relativamente più forti.

Quali sono i rischi?

Tutti gli investimenti comportano rischi, inclusa la perdita del capitale. Il valore degli investimenti può subire rialzi e ribassi; di conseguenza, gli investitori potrebbero non recuperare l’intero ammontare del proprio investimento. In generale, gli investimenti con potenziale di rendimenti elevati sono accompagnati da un livello di rischio più alto. I prezzi delle obbligazioni si muovono di norma in direzione opposta a quella dei tassi d’interesse. Di conseguenza, a mano a mano che i prezzi delle obbligazioni detenute in un portafoglio d’investimento si adeguano a un aumento dei tassi d’interesse, il valore del portafoglio può diminuire. Gli investimenti esteri comportano rischi particolari quali fluttuazioni dei cambi, instabilità economica e sviluppi politici. Gli investimenti nei mercati emergenti, un segmento dei quali è costituito dai mercati di frontiera, implicano rischi più accentuati connessi con gli stessi fattori, oltre a quelli associati alle dimensioni relativamente minori dei mercati in questione, ai volumi inferiori di liquidità e alla mancanza di strutture legali, politiche, economiche e sociali consolidate a supporto dei mercati mobiliari. I rischi associati ai mercati emergenti sono generalmente amplificati nei mercati di frontiera poiché gli elementi summenzionati – oltre a vari fattori quali la maggiore probabilità di estrema volatilità dei prezzi, illiquidità, barriere commerciali e controlli dei cambi – sono di norma meno sviluppati nei mercati di frontiera.