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Titoli azionari australiani: ragioni per essere rialzisti nel 2014?

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Un bel gioco dura poco, o quanto meno così dice il proverbio. Il mercato azionario australiano ha avuto un buon andamento negli ultimi due anni e all’inizio del nuovo anno è quindi lecito chiedersi se la fase rialzista sia destinata a continuare nel 2014. Andrew Sisson, Managing Director del team Balanced Equity Management di Franklin Templeton, basato a Melbourne, adotta un approccio prudente. Nel presente articolo, analizza alcune delle maggiori problematiche e opportunità che a suo giudizio si profilano sul mercato australiano per il nuovo anno.

Andrew Sisson

Managing Director, Balanced Equity Management

Lead Analyst/Investment Manager

 

Il mercato azionario australiano ha registrato una solida performance complessiva nel 2013, con un rendimento superiore al 20% dell’indice di riferimento S&P/ASX 200, che si era già espresso su analoghi livelli nel 2012[1]. Dopo un paio di anni soddisfacenti, non mi sento di potermi dichiarare eccessivamente rialzista, ma nemmeno ribassista. Ritengo che l’attuale valutazione complessiva del mercato rappresenti in linea di massima un punto d’ingresso ragionevole per chi investe nel più lungo periodo. Adottiamo un approccio bottom-up di lungo termine e ci concentriamo pertanto sull’individuazione di quelle che riteniamo le opportunità specifiche migliori, indipendentemente dal ciclo di mercato o dai fattori macroeconomici.

Per il prossimo anno, vi sono alcuni motivi fondati per una certa cautela nel breve termine. L’incertezza sulla crescita in Cina è ancora persistente ed è destinata a rimanere al centro delle preoccupazioni degli investitori. Qualora l’economia cinese dovesse rallentare rispetto al range di crescita del 7 – 8% stimato per il 2013-2014[2], o subire una contrazione (a nostro avviso improbabile), l’Australia ne risentirebbe notevolmente. Perché? L’Australia è uno dei maggiori produttori mondiali di materie prime e la domanda di risorse naturali, soprattutto cinese, ha contribuito a sostenere la sua economia. Il minerale di ferro è la materia prima australiana maggiormente esportata e la Cina è la destinazione principale delle esportazioni[3]. I prezzi delle materie prime hanno avuto per vari anni un andamento particolarmente favorevole all’Australia, ma non possiamo contare sul fatto che rimangano a tali livelli elevati in futuro. Il minerale di ferro è un esempio significativo. Il Bureau of Resources and Energy Economics australiano ha recentemente previsto per il 2014 una potenziale fornitura record di minerale di ferro per 709 milioni di tonnellate, indicando però prezzi mediamente oscillanti intorno a 119 dollari statunitensi/tonnellata nel 2014, in ribasso rispetto ai 126 dollari statunitensi/tonnellata del 2013[4]. E riteniamo che il calo potrebbe essere ancora maggiore.

È molto difficile determinare l’impatto di una potenziale flessione dei prezzi delle principali materie prime sulle singole società. In pratica, tale flessione potrebbe necessariamente comportare un calo delle quotazioni delle azioni di società operanti nel settore delle risorse?  A nostro giudizio, queste società hanno già scontato l’ipotesi di un calo futuro dei prezzi delle materie prime e offrono pertanto un rapporto rischio/rendimento ragionevolmente soddisfacente; l’eventuale flessione è stata quindi già scontata dal mercato e sarebbe positivo se i prezzi si mantenessero più alti più a lungo.

Il ciclo dei prezzi delle materie prime che abbiamo osservato nell’ultimo decennio è stato molto importante per le condizioni di scambio dell’economia australiana: in altre parole, il rapporto tra il prezzo al quale l’Australia vende i beni e il prezzo al quale li acquista dall’estero è stato favorevole per un lungo periodo di tempo. E ciò ha naturalmente avuto un impatto positivo sull’economia del paese. Per esempio, se le società minerarie generano utili, è più facile per il governo aumentare le entrate grazie al maggiore gettito derivante dalle imposte sulle società. I benefici derivanti dai prezzi elevati delle materie prime nell’ultimo decennio sono stati pertanto consistenti. Nonostante gli sforzi compiuti per diversificare l’economia riducendone la dipendenza dalle risorse naturali, resta il fatto che queste ultime sono estremamente importanti per assicurare libertà e flessibilità al resto dell’economia. Il settore è stato una fonte di occupazione costante, che ha contribuito a tenere il tasso di disoccupazione australiana a bassi livelli – 5,8% a novembre 2013 – rispetto alla maggior parte del resto del mondo sviluppato[1].

Qualora i prezzi delle materie prime dovessero scendere eccessivamente, l’impatto sul budget governativo e sull’occupazione sarebbe probabilmente negativo. Questi effetti di secondo ordine sono quindi realmente importanti in termini di impatto sulle prospettive economiche complessive dell’Australia e, di conseguenza, su tutti gli altri settori economici, anche se non direttamente correlati al settore minerario e delle risorse naturali. Come già accennato, scontiamo questi rischi adottando un’ottica di lungo termine per le singole società in cui investiamo e basando le nostre ipotesi non tanto su stime di prezzi nell’ipotesi migliore, ma sulla possibilità di prezzi più bassi.

Al di fuori del settore delle risorse naturali, un altro tema da noi privilegiato è quello bancario. Le banche australiane hanno avuto un buon andamento negli ultimi anni, riuscendo generalmente a evitare la crisi finanziaria che ha colpito altre parti del mondo nel 2008 – 2009, anche se molti investitori esteri si aspettavano problemi analoghi a quelli dei prestiti ipotecari registrati negli Stati Uniti e in Europa. Attualmente, i rendimenti bancari rimangono interessanti ed è emerso chiaramente che le sofferenze non rappresentano un problema in Australia. Se non altro, le sofferenze sono in effetti inferiori ai livelli del 2009 e ciò contribuisce alle buone performance delle azioni degli istituti bancari.

 

Politica monetaria e inflazione

Guardando oltre, un altro fattore importante che contribuisce alla generale incertezza del mercato è il modo in cui sarà ridotto lo stimolo economico degli ultimi anni. A nostro avviso, i rischi che il tapering non generi completamente gli effetti previsti dagli osservatori potrebbero essere significativi.

Considerando la liquidità che è stata immessa nel sistema per un periodo di tempo prolungato dalle banche centrali di tutto il mondo, l’inflazione è un elemento da tenere sempre sotto controllo. I tassi d’interesse australiani sono a minimi record (2,5% per il tasso a breve), ma rispetto al livello dei tassi d’interesse di altre parti del mondo sviluppato, non sono così bassi.  Come investitori, pensiamo sia importante verificare se l’inflazione costituisca potenzialmente un problema, e non soltanto nel proprio paese; l’inflazione in un determinato paese può infatti scaturire da quella nel resto del mondo.

L’eventualità che lo stimolo economico globale fornito negli ultimi anni possa aver gettato i semi per un aumento dell’inflazione ha diviso gli economisti. La minaccia reale per il mercato potrebbe nascere qualora l’inflazione in tutto il mondo diventasse un problema maggiore di quanto non lo sia stato negli ultimi 20 anni. Ciò potrebbe creare notevoli difficoltà per i mercati di capitali e per il mercato azionario australiano in particolare. Ma per quest’anno, in linea di massima non intravediamo alcuna minaccia inflazionistica significativa.

Quali sono i rischi?

Tutti gli investimenti comportano rischi, inclusa la perdita del capitale. Il valore degli investimenti può subire rialzi e ribassi; di conseguenza, gli investitori potrebbero non recuperare l’intero ammontare del proprio investimento. I prezzi delle azioni subiscono rialzi e ribassi, talvolta estremamente rapidi e marcati, a causa di fattori che riguardano singole società, particolari industrie o settori o condizioni di mercato generali. Gli investimenti esteri comportano rischi particolari quali fluttuazioni dei cambi, instabilità economica e sviluppi politici. Gli investimenti nei mercati emergenti implicano rischi accentuati connessi con gli stessi fattori, oltre a quelli associati alle dimensioni relativamente minori e ai volumi inferiori di liquidità dei mercati in questione. Gli investimenti nel settore delle risorse naturali comportano rischi particolari, quali una maggiore sensibilità a sviluppi economici e normativi avversi che influenzano il settore.

 



[1] Fonte: Australia Bureau of Statistics.



[1] In dollari australiani, inclusi i dividendi.

[2] Crescita del PIL cinese stimata per il 2013: 7,6%; 2014: 7,3%.   Fonte: IMF World Economic Outlook, October 2013. Copyright © 2013. By International Monetary Fund. Tutti i diritti riservati.

[3] Fonte: Sito web del Department of Foreign Affairs and Trade, Australia. www.dfat.gov.au.

[4] Fonte: BREE 2013, Resources and Energy Quarterly, December Quarter 2013, BREE, Canberra, dicembre 2013.