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On my mind: Ci è stata impedita una visione scientifica

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Dal primo sondaggio effettuato nell’ambito del nostro Franklin Templeton–Gallup Economics of Recovery Study sono già emersi tre risultati importanti e inattesi:

  1. Gli americani ancora non percepiscono correttamente i rischi di decesso da COVID-19 per gruppi di età diverse, e la portata dell’errore è sconvolgente;
  2. La percezione erronea è più diffusa tra chi si identifica come Democratico e chi si affida maggiormente ai social media per le informazioni; essere di parte e male informati, per parafrasare Thomas Dolby, ci sta impedendo una visione scientifica; e
  3. Riscontriamo un considerevole “premio di sicurezza”, che con l’avanzare della ripresa potrebbe diventare un propulsore di rilievo dell’inflazione.

Il rischio non è percepito correttamente

Sono trascorsi sei mesi dall’inizio della pandemia, ma gli americani continuano drammaticamente a non comprendere il rischio di mortalità del COVID-19;

  • In media, gli americani credono che poco più del 50% di tutti i decessi da COVID-19 colpisca le persone di età superiore ai 55 anni; la cifra effettiva è invece 92%.
  • Gli americani credono che il 30% circa dei decessi colpisca le persone con un’età massima di 44 anni; la cifra effettiva è invece 2,7%.
  • Gli americani sopravvalutano il rischio di mortalità del COVID-19 per le persone fino a 24 anni di età, attribuendovi un fattore 50; e ritengono che il rischio per le persone da 65 anni compiuti in poi sia la metà di quello effettivo (40% vs 80%).

Sono risultati a dir poco stupefacenti. Le cifre della mortalità hanno dimostrato fin dal primo momento che il virus COVID-19 discrimina per età, con una concentrazione prevalente di decessi tra le persone più anziane e con comorbidità. Questo è probabilmente l’unico dato di fatto non controverso di cui disponiamo riguardo al virus. Negli Stati Uniti, quasi tutti i decessi sono avvenuti nella fascia di popolazione di età superiore a 55 anni; e ciò nonostante, molti americani sono ancora convinti che il rischio per le persone di età inferiore a 55 anni sia quasi uguale a quello per le persone più anziane.

Questa percezione erronea si traduce direttamente in un grado di timore per la propria salute che per la maggior parte delle persone è superiore al rischio effettivo; riscontriamo che la percentuale di persone seriamente preoccupate, o alquanto preoccupate per gravi conse­guenze per la salute nell’evenienza di un contagio da COVID-19 è quasi identica in tutte le fasce di età tra i 25 e i 64 anni, e non è molto inferiore alla percentuale delle persone di 65 anni e oltre.

La discrepanza con i dati della mortalità effettiva è sconvolgente: la percentuale delle persone tra i 18 e i 24 anni preoccupate per gravi conseguenze per la salute è 400 volte superiore a quella dei decessi totali dovuti al COVID-19, mentre è di 90 volte superiore per le persone di età tra 25 e 34 anni. Il grafico qui sotto vale veramente più di mille parole:

La domanda che abbiamo posto si riferisce al timore di gravi conseguenze per la salute, non al timore di decesso, ma le prove ad oggi indicano che la distribuzione per età è molto omogenea in entrambi i casi; la CDC in effetti ha chiaramente asserito sul suo sito web che “Tra gli adulti, il rischio di malattia grave nel caso di contagio da COVID-19 aumenta con l’età, arrivando al massimo per gli adulti più anziani.” Le preoccupazioni recenti per possibili conseguenze nefaste nel lungo termine sono necessariamente speculative, poiché ovviamente non siamo ancora in possesso di dati di lungo termine.

Affiliazione politica e social media

Negli ultimi sei mesi, non abbiamo letto e non abbiamo parlato di altro se non del COVID-19; come è possibile che i fatti di base siano ancora così diffusamente e fondamentalmente travisati?

I risultati del nostro sondaggio identificano due responsabili principali: la qualità dell’infor­mazione e l’estrema politicizzazione del dibattito sul COVID-19:

  • Le persone che si affidano principalmente ai social media per le loro informazioni hanno la percezione del rischio più erronea e distorta.
  • Quelli che si identificano come Democratici tendono a sopravvalutare erroneamente il rischio di mortalità da COVID-19 molto più dei Repubblicani.

È triste, ma non è una sorpresa. Paura e rabbia sono i driver più affidabili del coinvolgimento; i racconti inquietanti di giovani vittime della pandemia, che intimano come siamo tutti a rischio di morire, diventano rapidamente virali; altrettanto succede per le storie che addos­sano tutte le colpe agli avversari politici. Sia i social media che le fonti di informazioni tradizionali hanno sfornato indiscriminatamente entrambi i tipi di narrativa per generare più click e ampliare la propria audience.

Il fatto che per gli Stati Uniti questo sia un anno di elezioni ha esacerbato il problema. Storie che enfatizzano i pericoli della pandemia per tutti i gruppi di età e legano il rischio alle modalità con cui l’Amministrazione sta gestendo la crisi, sono tendenzialmente destinate a riscuotere molta più credibilità tra i Democratici che tra i Repubblicani. Questo potrebbe essere un fattore che contribuisce al motivo per cui, nei risultati della nostra inchiesta, i Democratici tendono a sopravvalutare più dei Repubblicani il rischio di mortalità del COVID-19 per gruppi di età diverse.

Anche la nostra suscettibilità al modo in cui sono presentate le informazioni ha un suo ruolo: Gli stessi dati possono essere presentati su un grafico in forme diverse, a volte rassicuranti, e a volte allarmanti. Secondo il nostro studio, le modalità di presentazione dei dati hanno un impatto molto forte sui comportamenti individuali. Per esempio, gli intervistati ai quali erano state mostrate isolatamente le tendenze dei casi di COVID-19 per il Texas e la Florida erano molto meno favorevoli alla riapertura di scuole e attività rispetto a quelli ai quali le stesse tendenze erano state mostrate a confronto con quelle di New York. E si tende a utilizzare più frequentemente grafici più allarmanti, considerando che generano un maggiore coinvolgimento.

Quest’informazione distorta ha un impatto negativo molto concreto. I risultati del nostro studio mostrano che tra i giovani chi sopravvaluta i decessi è più prudente nel fare acquisti, è meno disposto a viaggiare e preferisce che scuole e attività restino chiuse.

Ancora una volta, troviamo anche qui una differenza notevole tra linee di parte. Secondo il nostro studio, l’affiliazione politica è altrettanto determinante quanto l’età nel prevedere la probabilità di consumare i pasti nei locali interni di un ristorante; la predisposizione dei Democratici a mangiare in un ristorante con una capacità al 25% è pressappoco pari a quella dei Repubblicani a mangiare in un ristorante a piena capacità. Il rischio individuale del COVID-19 dipende dall’età e dalle condizioni di salute, ma il rischio percepito dipende dall’affiliazione politica di una persona, ed è quest’ultimo che determina il comportamento. Peraltro, una ricerca Gallup precedente ha riscontrato che i Repubblicani sono meno disposti ad accettare linee guida per la difesa della salute pubblica, ad esempio a indossare le mascherine protettive, indipendentemente dal tasso di infezione locale; un’altra prova dell’importanza dell’affiliazione politica.

Quest’informazione distorta è anche la causa di un altro problema fondamentale. La deci­sione politica in merito a quali attività mantenere chiuse e per quanto tempo è molto difficile e ricca di conseguenze. Richiede il bilanciamento di due effetti opposti le cui dimensioni sono incerte: da un lato, i benefici per quanto riguarda il rallentamento del contagio di COVID-19, dall’altro il danno per l’economia oltre che per la salute e il sostentamento delle persone nel lungo termine. Su questa decisione influiscono notevolmente le percezioni pubbliche dei pericoli, non soltanto perché i politici sono sensibili alle preoccupazioni del pubblico, ma anche perché sono anch’essi delle persone, e soggetti ad alcune delle stesse propensioni. I risultati del nostro sondaggio suggeriscono che tali decisioni potrebbero essere distorte da erronee percezioni fondamentali del rischio di mortalità o gravi conseguenze nocive per la salute del COVID-19.

Il “premio di sicurezza” e le prospettive di inflazione

Tutto ha un prezzo. In molti settori, riprendere l’attività limitando contemporaneamente il rischio di contagio implica costi supplementari, o una contrazione del numero di clienti. La misura in cui tali costi saranno trasferiti ai clienti tramite rialzi dei prezzi dipenderà, tra l’altro, da quanto le persone siano disposte a pagare per la sicurezza extra.

Per fare una prova, abbiamo chiesto nel nostro sondaggio: “Supponiamo che stiate acquistando un biglietto aereo per un viaggio per motivi privati a 500 dollari. Sareste disposti a pagare un extra per assicurarvi che il posto vicino al vostro non sia occupato?” I risultati sono notevoli:

  • Quasi la metà degli intervistati sarebbe disposta a pagare fino a 100 dollari in più, vale a dire un sovrapprezzo del 20%;
  • Da un quarto a un terzo degli intervistati sarebbe disposto a pagare un extra di 150 dollari, vale a dire un sovrapprezzo del 30%;
  • Da uno su dieci e uno su tre degli intervistati sarebbe disposto a pagare un extra di 250 dollari, ossia un sovrapprezzo ben del 50%;
  • I viaggiatori che volano più frequentemente sono proporzionalmente più disposti a pagare un extra.

Una recessione prolungata avrebbe effetti dannosi sui redditi e sulla domanda, ma una combinazione di bancarotte e norme di sicurezza potrebbe provocare un taglio corrispondente dell’offerta. Se chi può permetterselo è disposto a pagare un prezzo notevolmente più alto per una sicurezza extra percepita, in futuro potremmo assistere a una notevole crescita dell’infla­zione. E una crescita dell’inflazione aggraverebbe ulteriormente l’aumento della disuguaglianza dovuto alla recessione.

Implicazioni

Abbiamo lanciato questo progetto congiunto per conoscere meglio la risposta comportamen­tale delle persone alla pandemia, essendo convinti che avrà un ruolo fondamentale nel plasmare la ripresa economica. Il primo turno dei sondaggi ha già fornito risultati sorpren­denti, che destano qualche preoccupazione per le prospettive, ma mettono anche in luce importanti richiami all’azione.

In una prospettiva di interesse pubblico, siamo convinti che la massima priorità dovrebbe essere assegnata a un’informazione migliore e ad un dibattito pubblico meno fazioso e più basato sui fatti. È sconvolgente che dopo sei mesi dall’inizio della pandemia tante persone continuino a ignorare i dati statistici basilari della mortalità, con una percezione del rischio guidata da orientamenti politici piuttosto che da principi quali età e condizioni di salute. Le percezioni erronee del rischio distorcono i comportamenti personali e le decisioni politiche.

Il fatto che un’ampia percentuale della popolazione sopravvaluti il pericolo del COVID-19 per i giovani renderà più difficile accordarsi su una risposta mirata della sanità pubblica. Secondo noi potrebbe anche ritardare la ripresa, provocando una recessione più profonda e prolungata.

I nostri primi risultati indicano anche che le persone saranno disposte a pagare un premio notevole per la sicurezza. Unitamente a un colpo prevedibile per l’offerta dovuto alla pandemia, in futuro a un certo momento ciò potrebbe dare uno slancio imprevisto all’infla­zione. I responsabili politici dovrebbero tenerlo ben presente per vari motivi, uno dei quali è un possibile inasprimento dell’aumento di disuguaglianza provocato da una pandemia che è già di per sé discriminatoria nei confronti dei lavoratori più vulnerabili, ossia quelli concen­trati nei settori dei servizi colpiti più duramente, e dei bambini, svantaggiati dalle chiusure prolungate delle scuole. Secondo noi anche gli investitori dovrebbero cominciare a riflettere sull’impatto di un risveglio dell’inflazione dopo un letargo durato decenni.

Continua a seguirci per il prossimo turno di risultati e approfondimenti.

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